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Lorenzo Maccotta
Orune

“Isolare è il modo più semplice, necessario ma non sufficiente, per rompere con la rappresentazione, spezzare la narrazione, impedire l’illustrazione,liberarare la figura: attenersi al fatto.”
Gilles Deleuze

Una passeggiata nell’immagine e nell’immaginario di un luogo circoscritto a un paese della Barbagia arroccato su una pietra.
Una passeggiata tra arcane simbologie di un’archeologia mai sopita e attuali pulsioni ribadite dal vivere, dallo stare in un luogo.
Non abbiamo un racconto di fronte a noi ma le possibili storie che il percorso inizia senza concludere, senza giudicare.
L’esteriorità permette le condivisioni mute e involontarie nel gioco infinito tra lo sguardo e lo spettatore, tra la pagina e lo sguardo.
L’esteriorità può farsi linguaggio delle cose e delle storie in loro racchiuse, non bisogna pensare la realtà come muta e bisognosa di una voce che ne traduca verbalmente il significato.
La realtà delle cose è il lettore che la gioca in infinite visioni linguistiche e le articola nel proprio personale archivio dell’immaginario e della memoria.
“Ineluttabile modalità del visibile: almeno questo se non altro, il pensiero attraverso i miei occhi.
Sono qui per leggere le segnature di tutte le cose, uova di pesce e marame, la marea avanzante, quella scarpa rugginosa.Verdemoccio, azzurrargento, ruggine: segni colorati.
Limite del diafano. Ma lui aggiunge: nei corpi.
Dunque ne era conscio in quanto corpi prima che in quanto colorati. Come? Battendoci sopra il cranio, si capisce. Vacci piano.
Calvo egli era e milionario, maestro di color che sanno. Limite del diafano in. Perchè in? Diafano, adiafano. Se puoi farci passare attraverso le cinque dita è un cancello, altrimenti è una porta.
Chiudi gli occhi e vedrai.”1
Il gioco del racconto fuori dalla storia e dalla comunicazione è il gioco astrale delle costellazioni: punti di un discorso immaginario ma in grado di fondare il senso di un insieme e di una prospettiva. Il gioco infinito della creazione attiva dello sguardo condiviso con lo spettatore è il gioco delle possibili storie che possiamo iniziare a raccontare sulle immagini di Orune.
Possibili capoversi di un insieme che non si vuole dire opera ma inizio di infinite linee di fuga da immaginari consueti e logorati.
Guardare non è giudicare ma pensare, lasciarsi pensare dalla forma che abbiamo di fronte, partire assieme a lei in un percorso che ci vede elementi secondari di un mondo esterno che non è mai il nostro ma che possiamo solo intuire.
Stabilire un ordine del visibile e regolare i rapporti di forza degli elementi in gioco, niente oltre a questo nello sguardo del fotografo che cammina tra le strade di Orune; niente di più è richiesto a noi che guardiamo, che parliamo le immagini che guardiamo.
“Lasciare agire la complicità silenziosa tra l’oggetto e l’obiettivo, tra le apparenze e la tecnica, tra la qualità della luce e la complessità metafisica dell’apparato tecnico, senza fare intervenire né la visione, nè il senso. Poichè è l’oggetto a vederci, è l’oggetto a sognarci. Il mondo ci riflette, il mondo ci pensa.
E’ questa la regola fondamentale.”2
Trovare il pretesto di una partenza senza sapere il volto dell’arrivo. Ogni processo creativo si nutre di questo abbandono e di questo ritrovamento. Il percorso di un linguaggio collettivo che fonda nel lettore il testimone primo del racconto, la condivisione di senso.

Corrado Magliani

1 – James Joyce, Ulysses, Mondadori, 1960.
2 – Jean Baudrillard, È l’oggetto che vi pensa, ed. pagine d’Arte, 2003.

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Maccotta’s Bio